Critica

Valentina Tudino

Originario di Carpineto Sinello, Antonio D’Annunzio ha passato la sua infanzia in questo paesino del vastese. Sin da piccolo rivela un talento innato per il fare artistico che matura modellando l’argilla.

L’argilla, la terra, è l’elemento primo della vita. L’elemento che forse dice meglio dell’origine dell’uomo, humus, polvere, e allo stesso tempo vita.

Le opere di Antonio non sono mai banali, portano dentro una ferita, la ferita del tempo che scorre, il logorio della carne che dice dell’uomo che vive, che lavora, che ama, che soffre.

Ecco perché i suoi bozzetti non sono mai banali, la vita non è mai banale, se vissuta intensamente. Significativa è l’opera “Dio-soffiò” dove percepiamo tutta la poetica dell’artista. Dopo quel soffio, la vita inizia, la terra prende vita e così Antonio ripete quel divino, primigenio gesto, per imitare il mestiere di Dio.

La sua tecnica, potrebbe essere catalogata come “non finito” o “bassorilievo”, ma ontologicamente parlando la sua è una tecnica finita e a tutto tondo! I corpi che emergono dal fondo piatto della tavola di argilla senza venir mai fuori completamente, sono finiti. Anzi sfiniti! Supporto e figura si legano e si compenetrano: non è concepibile l’idea di figura senza il suo supporto, perché i corpi sono come imprigionati, incollati, aderenti al loro supporto, cosi come per noi il terreno che non riusciamo a staccarci dalle suole. E’ la condizione umana, è il limite che ci caratterizza, questa materia che decade, inevitabilmente si sfalda, si sbriciola perde pezzi. (vedi Esausti).

Neanche chi è avvezzo a giocare con la morte sfugge alla legge dell’esistenza, lo scudo vola via e il guerriero cade a terra.

L’autore dell’opera sembra dare un resoconto dell’esistenza senza barare: non bara neanche nel sorriso appena accennato degli esausti. Non bara, perché quel logorio ha un senso, quella materia disciolta dice di una positività. Di un rapporto, di un dialogo con un tu, che chiamata, richiama a sé. Vocato. Vocazione. (vedi Chiamata). Il mestiere di vivere, direbbe Cesare Pavese.

Dannazione direbbe Ungarettí: -Chiuso fra cose mortali/ anche il cielo stellato finirà/perché bramo Dio? -: questo sembra uscire dalle labbra dei “prigioni” di Antonio.

Egli non bara neanche di fronte alla sua tradizione. Dio fatto uomo, humus, polvere. Dio caricato del dolore umano, Dio, la perfezione, lacerato, scheggiato dal tempo. (vedi Pietà). Quel fatto accaduto 2000 anni fa che dà a quel solco sul viso la dignità di letizia e non di ironico ghigno.

L’autore dell’opera sembra dare un resoconto dell’esistenza senza barare: non bara neanche nel sorriso appena accennato degli esausti. Non bara, perché quel logorio ha un senso, quella materia disciolta dice di una positività. Di un rapporto, di un dialogo con un tu, che chiamata, richiama a sé. Vocato. Vocazione. (vedi Chiamata). Il mestiere di vivere, direbbe Cesare Pavese.

Dannazione direbbe Ungarettí: -Chiuso fra cose mortali/ anche il cielo stellato finirà/perché bramo Dio? -: questo sembra uscire dalle labbra dei “prigioni” di Antonio.

Egli non bara neanche di fronte alla sua tradizione. Dio fatto uomo, humus, polvere. Dio caricato del dolore umano, Dio, la perfezione, lacerato, scheggiato dal tempo. (vedi Pietà). Quel fatto accaduto 2000 anni fa che dà a quel solco sul viso la dignità di letizia e non di ironico ghigno.