Critica
Giuseppe Fidelibus
Catalogo mostra “Il corpo, la realtà, la forma” insieme all’artista Cornelio Prezioso – 4/22 luglio 2007 presso Bagno Borbonico del museo genti d’abruzzo, Pescara
A proposito dell’arte scultorea di Antonio D’Annunzio
Catalogo mostra “Il corpo, la realtà, la forma” insieme all’artista Cornelio Prezioso – 4/22 luglio 2007 presso Bagno Borbonico del museo genti d’abruzzo, Pescara
A proposito dell’arte scultorea di Antonio D’Annunzio
La scultura di A. D’Annunzio è drammatica e inquietante allo stesso tempo. Ha una storia ed ha una tradizione come la materia che informa (la terra cotta) e come il popolo che esprime e a cui appartiene: il popolo abruzzese. Drammatica e inquietante perché vissuta e nasce da un vissuto, come nei guerrieri e gli “esausti” nei quali s’incarna delineandone il soggetto.
In essi — come nei “desaparecidos” — è tutta l’umanità storica odierna a soffrire; a soffrire soprattutto dei propri moderni trionfi; percossi – e finanche sezionati —resistono ed esistono entro la forma nella quale e per la quale gridano. La tecnica, nella mano di D’Annunzio, si pone al servizio di questo grido nel quale la terra cotta stessa sembra soffrire attingendo, in questo medesimo soffrire, la forma parlante ed espressiva sua propria. Qui la mano modellante dello scultore “patisce” come la pennellata pittorica di un altro artista abruzzese: Teofilo Patini. La figura non si costituisce come soggetto se non all’interno di questo orizzonte di significante soffrire. Il dramma, perciò, non è meno della materia che della forma.
Una beata filiazione dall’uomo antico presiede all’inquietudine scultorea di D’Annunzio; egli, mentre dà voce alla “sua terra” sorprende, in azione, il distendersi della sua coscienza artistica. In questo movimento, appunto, la tensione titanica del “cavallo” o dei “prigioni” si converte nell’umile gesto di mendicanza dell’ “angelo mendicante”; così, analogamente, lo slancio idealizzante del fachiro danzante si stempera nella tenerezza paradossale che anima il gruppo “la forza”.
Questa si ritrova, alfine, trasfigurata (in quanto ricondotta alla sua fonte originaria) nella “Pietà”, quella pietas che intercorre — con realismo di gesto – tra il volto filiale di Cristo e quello materno della Madonna nell’atto dell’incontrarlo col suo sguardo ed avvolgerlo nel suo manto di madre. E’ la stessa discrezione (vi è fatta umilmente salva la sacralità del Mistero) che si può ammirare nella — certamente più “solare” – natività del “Presepe” di Carpineto Sinello. Con ciò l’arte ritrova nell’evento della maternità il suo terreno originario e in quello della purità verginale la sua feconda perfezione formale.
In questo itinerario, che è estetico-stilistico ed insieme profondamente ontologico-esistenziale, la materia attinge la forma sua propria nell’atto stesso del suo soffrirne la mancanza. Per converso, nell’azione modellante del suo artista sembra esserci tutto l’uomo moderno a gridare (sotto la forma iconica dell’uomo antico) il suo — inesausto — desiderio di significato. Il presente si protende al suo futuro consegnandosi esteticamente alla memoria del suo passato.
La scultura di D’Annunzio disegna, perciò, il percorso ad un equilibrio armonico cui le figure pervengono solo solfo la passione del loro stato frammentario ed “esausto” (chenotico). Sotto le fattezze del “giusto sofferente” permane – costante perché redenta e redentrice – l’icona vera del suo linguaggio artistico. Nell’icona di Cristo e nella nostalgia del suo Volto tale linguaggio consegue e pronuncia, finalmente, il suo “Verbo-fatto-carne” in attesa palpitante del suo redentivo e grazioso accadere…
Questa si ritrova, alfine, trasfigurata (in quanto ricondotta alla sua fonte originaria) nella “Pietà”, quella pietas che intercorre — con realismo di gesto – tra il volto filiale di Cristo e quello materno della Madonna nell’atto dell’incontrarlo col suo sguardo ed avvolgerlo nel suo manto di madre. E’ la stessa discrezione (vi è fatta umilmente salva la sacralità del Mistero) che si può ammirare nella — certamente più “solare” – natività del “Presepe” di Carpineto Sinello. Con ciò l’arte ritrova nell’evento della maternità il suo terreno originario e in quello della purità verginale la sua feconda perfezione formale.
In questo itinerario, che è estetico-stilistico ed insieme profondamente ontologico-esistenziale, la materia attinge la forma sua propria nell’atto stesso del suo soffrirne la mancanza. Per converso, nell’azione modellante del suo artista sembra esserci tutto l’uomo moderno a gridare (sotto la forma iconica dell’uomo antico) il suo — inesausto — desiderio di significato. Il presente si protende al suo futuro consegnandosi esteticamente alla memoria del suo passato.
La scultura di D’Annunzio disegna, perciò, il percorso ad un equilibrio armonico cui le figure pervengono solo solfo la passione del loro stato frammentario ed “esausto” (chenotico). Sotto le fattezze del “giusto sofferente” permane – costante perché redenta e redentrice – l’icona vera del suo linguaggio artistico. Nell’icona di Cristo e nella nostalgia del suo Volto tale linguaggio consegue e pronuncia, finalmente, il suo “Verbo-fatto-carne” in attesa palpitante del suo redentivo e grazioso accadere…
Vale per l’arte di Antonio D’Annunzio ciò che Mounier scrive a proposito del disvelamento del vero nella fatticità dell’umano esistere: “E’ dalla terra, dalla solidità, che deriva necessariamente un parto pieno di gioia e il sentimento paziente dell’opera che cresce, delle tappe che si susseguono, aspettate quasi con calma, con sicurezza. Occorre soffrire perché In verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne”.
